I temi delle lezioni
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Avvertenza per gli studenti
Sviluppo della trattazione
1. Rurale, urbano, metropolitano: tre modi della civilizzazione.
2. La metropoli contemporanea: processi di formazione e linee evolutive attuali.
3. I caratteri assunti dalla spazialità urbana in una prospettiva storica.
4. Esempi significativi della crisi dell’urbanità o della sua rinascita.
5. Cosa fa città.
6. Caratteri del paesaggio urbano a partire da tre modi del «legare»: narrativo, teatrale e musicale.
7. Alcune risposte date dalla cultura architettonica e urbanistica a fronte dello sviluppo metropolitano e dei cambiamenti della spazialità.
Le questioni e il metodo proposti
2 Per «ambiente» si intende il contesto fisico nei suoi aspetti ecologici, ovvero nei rapporti che l’azione antropica stabilisce con la biosfera.
3 Per «paesaggio» si intende il contesto fisico nell’accezione sensibile: insieme oggetto e soggetto attivo nei processi percettivi e di attribuzione di significato e di senso. Il paesaggio è in una certa misura anche una rappresentazione mediata dell’identità (sociale, di gruppo, individuale).
4 Come si vedrà nel corso della trattazione, la risposta della docenza è affermativa ma nel senso che è sua convinzione che valga la pena di misurarsi con il problema.
5 Per «sostenibilità» si intende la riproducibilità delle risorse e delle condizioni di vita. Si è ormai affermata l’articolazione della sostenibilità in due ‘filoni’: la «sostenibilità ambientale» e la «sostenibilità sociale».
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[…] qual’è la civiltà che io difendo? […] È la civiltà nell’accezione etico-politica del concetto. È la civiltà che ha conseguito più di ogni altra - sì, al paragone con ogni altra - la «buona città», la città politica più umana, più vivibile, più libera, più aperta di ogni altra.
Giovanni Sartori
Avvertenza per gli studenti
Le lezioni si intrecciano necessariamente con il lavoro operativo di analisi- interpretazione e di progettazione e devono dunque tenere conto anche dei tempi di tale lavoro in modo da evitare scollamenti fra la parte più teorica e concettuale e l’esplorazione diretta operata dagli studenti nella ricerca. Per questo ritengo utile fornire una sorta di filo di Arianna per consentire agli iscritti al Laboratorio di orientarsi nella complessità delle argomentazioni sviluppata nelle lezioni.
Gli studenti sono invitati a tenere due quaderni (o file): uno in cui ciascuno costruisce un Glossario e l'altro che raccoglie Questioni e idee per il progetto (una elaborazione personale sul tema del progetto urbano).
Gli studenti sono invitati a tenere due quaderni (o file): uno in cui ciascuno costruisce un Glossario e l'altro che raccoglie Questioni e idee per il progetto (una elaborazione personale sul tema del progetto urbano).
Sviluppo della trattazione
1. Rurale, urbano, metropolitano: tre modi della civilizzazione.
2. La metropoli contemporanea: processi di formazione e linee evolutive attuali.
3. I caratteri assunti dalla spazialità urbana in una prospettiva storica.
4. Esempi significativi della crisi dell’urbanità o della sua rinascita.
5. Cosa fa città.
6. Caratteri del paesaggio urbano a partire da tre modi del «legare»: narrativo, teatrale e musicale.
7. Alcune risposte date dalla cultura architettonica e urbanistica a fronte dello sviluppo metropolitano e dei cambiamenti della spazialità.
Le questioni e il metodo proposti
Il contesto fisico è assunto come unità inscindibile di territorio1, ambiente2 e paesaggio3 ed è considerato a varie scale, ma sempre avendo al centro la concretezza dei luoghi in cui si svolge la vita umana e dunque prestando particolare attenzione all’abitare.
Saper riconoscere matrici, forme e valori che corrispondono alle realtà identificabili con i termini rurale, urbano e metropolitano è premessa necessaria alle operazioni di analisi e progetto dell’ambiente fisico.
Rurale implica il colĕre : il venerare e l’avere cura che connotano ogni azione di antropizzazione attenta alla riproduzione delle condizioni produttive degli elementi naturali.
Urbano rinvia ai patti di superamento dei gruppi parentali in nome di una unità superiore. Patti intesi a garantire una superiore qualità e maggiori gradi di libertà al convivere.
Metropolitano è termine che connota i caratteri dell’ambiente fisico nell’era del capitalismo. Ad esso corrisponde una condizione dinamica dei rapporti fra città e campagna che dà luogo a organismi le cui relazioni sono estese a scala planetaria. La metropoli contemporanea è la condizione imprescindibile in cui siamo immersi: da qui la necessità di conoscerne i processi di formazione e le linee evolutive e dunque di operare uno scavo su potenzialità, vincoli e contraddizioni che la caratterizzano.
Da un bilancio di lungo respiro in merito ai valori affermati dalla civilizzazione - e dunque anche in merito ai luoghi, ai paesaggi e alle architetture da essa creati - nasce il seguente interrogativo: è auspicabile ed è possibile attingere dalle culture rurali e urbane elementi che possono ancora nutrire il futuro, e dunque il progetto? La domanda non è proposta come mero artificio retorico: la docenza ha ovviamente proprie convinzioni al riguardo, ma è nondimeno aperta al confronto critico: atteggiamento che non la esime dall’assumersi le proprie responsabilità e dunque di proporre il proprio punto di vista4.
Mentre si deve prendere atto, se non della caduta, dei limiti (e delle contraddizioni) a cui vanno incontro le narrazioni globali nel mondo attuale, il punto di vista urbanistico nell’affrontare il problema della configurazione dell’ambiente fisico e dei luoghi non si può non porre attenzione a:
1. i valori a cui gli assetti fisici rinviano e con i quali sono in relazione (una relazione, certo, mutevole ma ineliminabile);
2. i modi d’uso e i processi di attribuzione di senso da parte dei vari soggetti sociali (individui e gruppi);
3. gli attori e i processi della trasformazione.
Sui valori è bene che la docenza dichiari il proprio punto di vista, ben sapendo che su questo la discussione è più che mai aperta nella sfera disciplinare come nella più ampia sfera sociale (e dunque nello stesso ambito della didattica). Ecco allora quelli che ritengo siano gli obiettivi di fondo su cui le discipline del progetto, e tanto più l’urbanistica, sono chiamate a misurarsi:
a. adeguatezza delle risorse per la vita individuale e sociale;
b. sostenibilità5 dello sviluppo;
c. urbanità;
d. abitabilità.
Nell’affrontare tali questioni è pressoché inevitabile procedere per parti; anche se non si dovrà mai dimenticare che si tratta di aspetti inscindibili di uno stesso problema. Del resto l’atto progettuale che definisce il riassetto di un contesto non può essere ritenuto autoreferenziale e dunque considerato come una pratica autonoma sorretta da un sapere autosufficiente. A ridimensionare ambizioni “totalitarie” in tal senso può essere sufficiente la consapevolezza che da sole l’architettura e l’urbanistica non sono certo in grado di garantire il conseguimento di obiettivi come quelli sopra enunciati.
L’urbanità, ad esempio, è qualità complessa che non dipende solo dall’assetto fisico-architettonico dei luoghi ma dal sistema di relazioni che gli abitanti (in senso lato, compresi dunque i city users) intrattengono fra loro.
A sua volta l’abitabilità non dipende solo dalla disponibilità di risorse e di spazi adeguati che consentano una vita dignitosa; è infatti inscindibile tanto dalle relazioni sociali quanto dai significati più o meno condivisi e dunque dai complessi processi di attribuzione di significati e di senso ai contesti.
Riconoscere potenzialità e limiti dei saperi e delle tecniche disciplinari è un buon punto di partenza per impostare e sviluppare rapporti con altri saperi. L’incontro e lo scambio non può però essere affidato a una generica interdisciplinarietà. Si tratterà di sollecitare la definizione di un possibile orizzonte comune di problemi e obiettivi sulla cui base concorrere alla messa a punto dei quadri analitici e delle linee progettuali. È in questa tensione che si potrà mettere in chiaro lo specifico apporto e la specifica responsabilità che competono all’architetto-urbanista-paesaggista.
L’implicazione della dimensione dei significati e del senso comporta altresì il superamento della separazione scientista di soggetto e oggetto. Si assumeranno pertanto i contesti fisici come realtà stratificate e complesse e in relazione dinamica e interattiva con gli individui, i gruppi, la società. Da qui l’esigenza di un doppio ascolto: l’uno teso a cogliere la polifonia delle forme architettoniche e delle spazialità; l’altro attento ai modi d’uso e in generale ai modi di rapportarsi e di attribuire senso ai luoghi. Su questo doppio ascolto il progetto urbanistico e di composizione urbana opera un lavoro selettivo e allo stesso tempo teso a ritrovare/inventare l’identità dei luoghi sia dal punto di vista della configurazione fisica sia da quello delle possibili relazioni e modi d’uso.
La capacità di ascolto verrà arricchita da un patrimonio di osservazioni compiute sul corpo delle città e dei paesaggi così da affinare la capacità di riconoscere valori e forme che concorrono alla definizione del carattere urbano dei luoghi: i caratteri assunti dalla spazialità urbana in una prospettiva storica è appunto il terzo dei nodi problematici affrontati.
Allo stesso tempo sarà utile, in riferimento ai processi in atto, esaminare esempi significativi della crisi dell’urbanità: i punti di collasso fisico-funzionale che interessano tanto la città periferica che la città compatta. Processi legati non solo a manifestazioni necrotiche ma anche a veri e propri «mutamenti genetici» che, più o meno decisamente, si configurano come rotture con la vicenda urbana. Ciò si accompagna puntualmente con la caduta della socialità e il parallelo emergere di problemi di sicurezza.
Per contro, per le energie e le sollecitazioni che possono offrire al progetto, è non meno importante prendere in considerazione le manifestazioni che vanno in direzione della tenuta o addirittura del rilancio dell''urbanità.
Da lì discende la necessità di affrontare la questione nodale del cosa fa città. Questo può anche aiutare a superare l’impasse in cui si trovano gli approcci che hanno puntato sul binomio tipologia edilizia-morfologia urbana per spiegare le regole costitutive della città storica. Si tratta di approcci che si mantengono per lo più a un livello descrittivo: si fermano alla constatazione delle regole che presiedono all’aggregazione di elementi ripetuti da cui originerebbero i diversi assetti ordinati degli insediamenti storici. In tal modo non solo si evita di scavare sui processi germinativi del «tipo edilizio», ma si tralasciano sia le matrici della forma urbis sia le sue valenze di significato e senso. Ciò è in perfetta sintonia con la riduzione dei problemi degli assetti insediativi a fatti di ordine morfologico.
Speculare a questa ossessione dell’ordine è la celebrazione del caos della cosiddetta «città diffusa». È questa l’altra sponda dove si rifugiano quegli architetti e urbanisti il cui approccio rimane eminentemente ancorato al «morfologico», magari ribattezzato con il termine «morfogenetico» (che ben mette in evidenza la pretesa di scientificità). Per una parte di costoro poi, se vi è una crisi, essa riguarderebbe eminentemente l’osservatore: è lui che deve cambiare chiavi di lettura se non vuole farsi sfuggire la ricchezza, le potenzialità e persino la bellezza di ciò che viene avanti.
Che ci sia la necessità di riguardare la realtà nella sua globalità e in particolare nelle sue nuove manifestazioni è fuor di dubbio. Il nuovo però assume i connotati più disparati e questi chiedono di essere descritti, interpretati, valutati.
Ciò rende inevitabile un confronto aperto sui criteri interpretativi e sui giudizi di valore su cui fondare il progetto, o quantomeno le linee programmatiche a cui il progetto è chiamato a rispondere. La domanda cruciale è appunto: cosa fa città? Su questo il ciclo di lezioni non pretende certo di dare risposte esaustive ma di offrire elementi utili al lavoro interpretativo e progettuale.
In quest’ottica il progetto ha la necessità di nutrirsi di uno sguardo capace di cogliere le regole costitutive della spazialità della città compatta (vista nelle sue stratificazioni, sostituzioni e contaminazioni) e insieme le potenzialità di senso tanto del sistema degli spazi aperti quanto dei singoli elementi che la compongono: la strada, la piazza, i parchi.
Diversamente dall’apparato teorico che, prendendo le mosse dal rapporto tipologia-morfologia, finisce nell’astratto orizzonte dell’ordine, l’impostazione progettuale qui proposta muove dal tema della spazialità e dalla constatazione della rilevanza che gli spazi aperti e le relazioni fra interno ed esterno hanno nel fare città. L’abitabilità, la propensione degli spazi aperti ad accogliere la socialità, i rapporti fra vuoti e pieni e fra gli edifici che concorrono a definire l’identità e la qualità architettonica dei luoghi: i caratteri che concorrono a fare città si intrecciano inevitabilmente con il nodo cruciale degli spazi aperti. Il ‘piegarsi’ degli edifici a configurare gli spazi aperti pubblici e collettivi è infatti una delle regole complesse che in passato hanno infuso qualità urbana a strade e piazze.
Il progetto: fare città oggi
Fare città oggi è un’operazione né semplice né scontata negli esiti. Nel vivo della realtà, la strategia volta a rilanciare l’urbanità si pone come operazione complessa e inevitabilmente conflittuale, laddove si voglia opporsi ai rilevanti processi disgregativi in atto.
Un progetto che ricerchi una sintesi credibile di rurale, urbano e metropolitano deve misurarsi con le seguenti condizioni:
1._La messa a fuoco di interventi significativi sul contesto fisico alle varie scale non può prescindere dal fare i conti con i tratti distintivi della metropoli contemporanea: l’estendersi e l’accelerarsi delle relazioni nello spazio; l’aumento di competitività fra contesti; la tendenziale dissoluzione delle comunità costituite su base locale (salvo la formazione di nuove enclaves, che hanno spesso carattere di ghetto); la più o meno estesa caduta di urbanità; i caratteri della nuova spazialità, insieme aperta e frammentata, quando non deflagrata; infine, la tendenziale perdita di identità che si accompagna alla difficile individuazione di significato e senso dei luoghi;
2._La convivenza di città e metropoli non è affatto scontata: tendenzialmente la seconda sottopone la prima a mutamenti che ne sovvertono i caratteri fisici e relazionali. Ma ci sono anche casi felici di equilibrio continuamente riconquistato;
3._Ciò vale per i rapporti fra campagna e metropoli: i fenomeni di rurbanization (Bauer e Roux) appaiono alquanto dissipativi in termini di spazio e di tempo e per lo più distruttivi in quanto a identità e bellezza dei paesaggi. A sua volta la sostenibilità è un obiettivo difficilmente conseguibile senza l’adozione di tecnologie appropriate e senza il recupero, sotto nuove forme, di saperi e pratiche ispirati alla cura e dunque alla conservazione e alla reimmissione nella vita sociale di quanto del patrimonio di cultura materiale appare irrinunciabile;
4._L’attenzione ai nuovi modi di abitare, di lavorare e di relazionarsi (o non relazionarsi) può certo sollecitare invenzioni architettoniche («tipi edilizi», spazialità, linguaggio ecc.). Ciò tuttavia non può che passare attraverso un bilancio fra acquisizioni e perdite, con un occhio costante a quelli che potremmo chiamare i misuratori della qualità della vita. Le discipline del progetto, e in particolare l’urbanistica, non possono non essere interessate a fatti quali la quantità e la qualità del tempo disponibile per la crescita individuale, la qualità dello spazio abitabile esterno (Taut) oltre che di quello interno, la qualità delle relazioni nello spazio fisico;
5._Intrecciato al tema delle relazioni è il nesso socialità-sicurezza: lo «sguardo» dei soggetti sociali (abitanti e city users) è uno dei migliori dissuasori della criminalità, uno dei pochi antidoti efficaci all’avanzare di forme di recinzione/militarizzazione dello spazio e all’insinuarsi di logiche da Grande Fratello (nell’accezione orwelliana).
Da quest’ultimo punto deriva la necessità di approfondire il tema dei caratteri del paesaggio urbano a partire da tre modi del «legare»: narrativo, teatrale e musicale.
Il confronto analogico, ma non solo, con i modi del narrare, del fare teatro e del comporre musica può servire ad addestrare lo sguardo all’interpretazione dei paesaggi vecchi e nuovi (anche se nel rapporto analogico con le altre arti non andrà mai persa di vista la specificità del costruire edifici e del modificare luoghi per l’abitare).
Tali modi trovano poi arricchimento nelle figure progettuali della soglia (gli spazi intermedi, fra privato, collettivo e pubblico), della permeabilità, della continuità e della complessità spaziale e architettonica.
Infine, anche per nutrire il lavoro progettuale, è opportuna una rivisitazione delle più significative risposte date dalla cultura architettonica e urbanistica a fronte dello sviluppo metropolitano e dei cambiamenti della spazialità, a cui peraltro l’intera trattazione farà frequentemente riferimento.
____________________
1 Per «territorio» si intende ogni ambito fisico-geografico assunto come base materiale di sistemi di relazione e come condizione del vivere: ambito entro cui la vita individuale e collettiva cerca, trova e inventa le risorse per potersi esplicare e riprodurre.Saper riconoscere matrici, forme e valori che corrispondono alle realtà identificabili con i termini rurale, urbano e metropolitano è premessa necessaria alle operazioni di analisi e progetto dell’ambiente fisico.
Rurale implica il colĕre : il venerare e l’avere cura che connotano ogni azione di antropizzazione attenta alla riproduzione delle condizioni produttive degli elementi naturali.
Urbano rinvia ai patti di superamento dei gruppi parentali in nome di una unità superiore. Patti intesi a garantire una superiore qualità e maggiori gradi di libertà al convivere.
Metropolitano è termine che connota i caratteri dell’ambiente fisico nell’era del capitalismo. Ad esso corrisponde una condizione dinamica dei rapporti fra città e campagna che dà luogo a organismi le cui relazioni sono estese a scala planetaria. La metropoli contemporanea è la condizione imprescindibile in cui siamo immersi: da qui la necessità di conoscerne i processi di formazione e le linee evolutive e dunque di operare uno scavo su potenzialità, vincoli e contraddizioni che la caratterizzano.
Da un bilancio di lungo respiro in merito ai valori affermati dalla civilizzazione - e dunque anche in merito ai luoghi, ai paesaggi e alle architetture da essa creati - nasce il seguente interrogativo: è auspicabile ed è possibile attingere dalle culture rurali e urbane elementi che possono ancora nutrire il futuro, e dunque il progetto? La domanda non è proposta come mero artificio retorico: la docenza ha ovviamente proprie convinzioni al riguardo, ma è nondimeno aperta al confronto critico: atteggiamento che non la esime dall’assumersi le proprie responsabilità e dunque di proporre il proprio punto di vista4.
Mentre si deve prendere atto, se non della caduta, dei limiti (e delle contraddizioni) a cui vanno incontro le narrazioni globali nel mondo attuale, il punto di vista urbanistico nell’affrontare il problema della configurazione dell’ambiente fisico e dei luoghi non si può non porre attenzione a:
1. i valori a cui gli assetti fisici rinviano e con i quali sono in relazione (una relazione, certo, mutevole ma ineliminabile);
2. i modi d’uso e i processi di attribuzione di senso da parte dei vari soggetti sociali (individui e gruppi);
3. gli attori e i processi della trasformazione.
Sui valori è bene che la docenza dichiari il proprio punto di vista, ben sapendo che su questo la discussione è più che mai aperta nella sfera disciplinare come nella più ampia sfera sociale (e dunque nello stesso ambito della didattica). Ecco allora quelli che ritengo siano gli obiettivi di fondo su cui le discipline del progetto, e tanto più l’urbanistica, sono chiamate a misurarsi:
a. adeguatezza delle risorse per la vita individuale e sociale;
b. sostenibilità5 dello sviluppo;
c. urbanità;
d. abitabilità.
Nell’affrontare tali questioni è pressoché inevitabile procedere per parti; anche se non si dovrà mai dimenticare che si tratta di aspetti inscindibili di uno stesso problema. Del resto l’atto progettuale che definisce il riassetto di un contesto non può essere ritenuto autoreferenziale e dunque considerato come una pratica autonoma sorretta da un sapere autosufficiente. A ridimensionare ambizioni “totalitarie” in tal senso può essere sufficiente la consapevolezza che da sole l’architettura e l’urbanistica non sono certo in grado di garantire il conseguimento di obiettivi come quelli sopra enunciati.
L’urbanità, ad esempio, è qualità complessa che non dipende solo dall’assetto fisico-architettonico dei luoghi ma dal sistema di relazioni che gli abitanti (in senso lato, compresi dunque i city users) intrattengono fra loro.
A sua volta l’abitabilità non dipende solo dalla disponibilità di risorse e di spazi adeguati che consentano una vita dignitosa; è infatti inscindibile tanto dalle relazioni sociali quanto dai significati più o meno condivisi e dunque dai complessi processi di attribuzione di significati e di senso ai contesti.
Riconoscere potenzialità e limiti dei saperi e delle tecniche disciplinari è un buon punto di partenza per impostare e sviluppare rapporti con altri saperi. L’incontro e lo scambio non può però essere affidato a una generica interdisciplinarietà. Si tratterà di sollecitare la definizione di un possibile orizzonte comune di problemi e obiettivi sulla cui base concorrere alla messa a punto dei quadri analitici e delle linee progettuali. È in questa tensione che si potrà mettere in chiaro lo specifico apporto e la specifica responsabilità che competono all’architetto-urbanista-paesaggista.
L’implicazione della dimensione dei significati e del senso comporta altresì il superamento della separazione scientista di soggetto e oggetto. Si assumeranno pertanto i contesti fisici come realtà stratificate e complesse e in relazione dinamica e interattiva con gli individui, i gruppi, la società. Da qui l’esigenza di un doppio ascolto: l’uno teso a cogliere la polifonia delle forme architettoniche e delle spazialità; l’altro attento ai modi d’uso e in generale ai modi di rapportarsi e di attribuire senso ai luoghi. Su questo doppio ascolto il progetto urbanistico e di composizione urbana opera un lavoro selettivo e allo stesso tempo teso a ritrovare/inventare l’identità dei luoghi sia dal punto di vista della configurazione fisica sia da quello delle possibili relazioni e modi d’uso.
La capacità di ascolto verrà arricchita da un patrimonio di osservazioni compiute sul corpo delle città e dei paesaggi così da affinare la capacità di riconoscere valori e forme che concorrono alla definizione del carattere urbano dei luoghi: i caratteri assunti dalla spazialità urbana in una prospettiva storica è appunto il terzo dei nodi problematici affrontati.
Allo stesso tempo sarà utile, in riferimento ai processi in atto, esaminare esempi significativi della crisi dell’urbanità: i punti di collasso fisico-funzionale che interessano tanto la città periferica che la città compatta. Processi legati non solo a manifestazioni necrotiche ma anche a veri e propri «mutamenti genetici» che, più o meno decisamente, si configurano come rotture con la vicenda urbana. Ciò si accompagna puntualmente con la caduta della socialità e il parallelo emergere di problemi di sicurezza.
Per contro, per le energie e le sollecitazioni che possono offrire al progetto, è non meno importante prendere in considerazione le manifestazioni che vanno in direzione della tenuta o addirittura del rilancio dell''urbanità.
Da lì discende la necessità di affrontare la questione nodale del cosa fa città. Questo può anche aiutare a superare l’impasse in cui si trovano gli approcci che hanno puntato sul binomio tipologia edilizia-morfologia urbana per spiegare le regole costitutive della città storica. Si tratta di approcci che si mantengono per lo più a un livello descrittivo: si fermano alla constatazione delle regole che presiedono all’aggregazione di elementi ripetuti da cui originerebbero i diversi assetti ordinati degli insediamenti storici. In tal modo non solo si evita di scavare sui processi germinativi del «tipo edilizio», ma si tralasciano sia le matrici della forma urbis sia le sue valenze di significato e senso. Ciò è in perfetta sintonia con la riduzione dei problemi degli assetti insediativi a fatti di ordine morfologico.
Speculare a questa ossessione dell’ordine è la celebrazione del caos della cosiddetta «città diffusa». È questa l’altra sponda dove si rifugiano quegli architetti e urbanisti il cui approccio rimane eminentemente ancorato al «morfologico», magari ribattezzato con il termine «morfogenetico» (che ben mette in evidenza la pretesa di scientificità). Per una parte di costoro poi, se vi è una crisi, essa riguarderebbe eminentemente l’osservatore: è lui che deve cambiare chiavi di lettura se non vuole farsi sfuggire la ricchezza, le potenzialità e persino la bellezza di ciò che viene avanti.
Che ci sia la necessità di riguardare la realtà nella sua globalità e in particolare nelle sue nuove manifestazioni è fuor di dubbio. Il nuovo però assume i connotati più disparati e questi chiedono di essere descritti, interpretati, valutati.
Ciò rende inevitabile un confronto aperto sui criteri interpretativi e sui giudizi di valore su cui fondare il progetto, o quantomeno le linee programmatiche a cui il progetto è chiamato a rispondere. La domanda cruciale è appunto: cosa fa città? Su questo il ciclo di lezioni non pretende certo di dare risposte esaustive ma di offrire elementi utili al lavoro interpretativo e progettuale.
In quest’ottica il progetto ha la necessità di nutrirsi di uno sguardo capace di cogliere le regole costitutive della spazialità della città compatta (vista nelle sue stratificazioni, sostituzioni e contaminazioni) e insieme le potenzialità di senso tanto del sistema degli spazi aperti quanto dei singoli elementi che la compongono: la strada, la piazza, i parchi.
Diversamente dall’apparato teorico che, prendendo le mosse dal rapporto tipologia-morfologia, finisce nell’astratto orizzonte dell’ordine, l’impostazione progettuale qui proposta muove dal tema della spazialità e dalla constatazione della rilevanza che gli spazi aperti e le relazioni fra interno ed esterno hanno nel fare città. L’abitabilità, la propensione degli spazi aperti ad accogliere la socialità, i rapporti fra vuoti e pieni e fra gli edifici che concorrono a definire l’identità e la qualità architettonica dei luoghi: i caratteri che concorrono a fare città si intrecciano inevitabilmente con il nodo cruciale degli spazi aperti. Il ‘piegarsi’ degli edifici a configurare gli spazi aperti pubblici e collettivi è infatti una delle regole complesse che in passato hanno infuso qualità urbana a strade e piazze.
Il progetto: fare città oggi
Fare città oggi è un’operazione né semplice né scontata negli esiti. Nel vivo della realtà, la strategia volta a rilanciare l’urbanità si pone come operazione complessa e inevitabilmente conflittuale, laddove si voglia opporsi ai rilevanti processi disgregativi in atto.
Un progetto che ricerchi una sintesi credibile di rurale, urbano e metropolitano deve misurarsi con le seguenti condizioni:
1._La messa a fuoco di interventi significativi sul contesto fisico alle varie scale non può prescindere dal fare i conti con i tratti distintivi della metropoli contemporanea: l’estendersi e l’accelerarsi delle relazioni nello spazio; l’aumento di competitività fra contesti; la tendenziale dissoluzione delle comunità costituite su base locale (salvo la formazione di nuove enclaves, che hanno spesso carattere di ghetto); la più o meno estesa caduta di urbanità; i caratteri della nuova spazialità, insieme aperta e frammentata, quando non deflagrata; infine, la tendenziale perdita di identità che si accompagna alla difficile individuazione di significato e senso dei luoghi;
2._La convivenza di città e metropoli non è affatto scontata: tendenzialmente la seconda sottopone la prima a mutamenti che ne sovvertono i caratteri fisici e relazionali. Ma ci sono anche casi felici di equilibrio continuamente riconquistato;
3._Ciò vale per i rapporti fra campagna e metropoli: i fenomeni di rurbanization (Bauer e Roux) appaiono alquanto dissipativi in termini di spazio e di tempo e per lo più distruttivi in quanto a identità e bellezza dei paesaggi. A sua volta la sostenibilità è un obiettivo difficilmente conseguibile senza l’adozione di tecnologie appropriate e senza il recupero, sotto nuove forme, di saperi e pratiche ispirati alla cura e dunque alla conservazione e alla reimmissione nella vita sociale di quanto del patrimonio di cultura materiale appare irrinunciabile;
4._L’attenzione ai nuovi modi di abitare, di lavorare e di relazionarsi (o non relazionarsi) può certo sollecitare invenzioni architettoniche («tipi edilizi», spazialità, linguaggio ecc.). Ciò tuttavia non può che passare attraverso un bilancio fra acquisizioni e perdite, con un occhio costante a quelli che potremmo chiamare i misuratori della qualità della vita. Le discipline del progetto, e in particolare l’urbanistica, non possono non essere interessate a fatti quali la quantità e la qualità del tempo disponibile per la crescita individuale, la qualità dello spazio abitabile esterno (Taut) oltre che di quello interno, la qualità delle relazioni nello spazio fisico;
5._Intrecciato al tema delle relazioni è il nesso socialità-sicurezza: lo «sguardo» dei soggetti sociali (abitanti e city users) è uno dei migliori dissuasori della criminalità, uno dei pochi antidoti efficaci all’avanzare di forme di recinzione/militarizzazione dello spazio e all’insinuarsi di logiche da Grande Fratello (nell’accezione orwelliana).
Da quest’ultimo punto deriva la necessità di approfondire il tema dei caratteri del paesaggio urbano a partire da tre modi del «legare»: narrativo, teatrale e musicale.
Il confronto analogico, ma non solo, con i modi del narrare, del fare teatro e del comporre musica può servire ad addestrare lo sguardo all’interpretazione dei paesaggi vecchi e nuovi (anche se nel rapporto analogico con le altre arti non andrà mai persa di vista la specificità del costruire edifici e del modificare luoghi per l’abitare).
Tali modi trovano poi arricchimento nelle figure progettuali della soglia (gli spazi intermedi, fra privato, collettivo e pubblico), della permeabilità, della continuità e della complessità spaziale e architettonica.
Infine, anche per nutrire il lavoro progettuale, è opportuna una rivisitazione delle più significative risposte date dalla cultura architettonica e urbanistica a fronte dello sviluppo metropolitano e dei cambiamenti della spazialità, a cui peraltro l’intera trattazione farà frequentemente riferimento.
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2 Per «ambiente» si intende il contesto fisico nei suoi aspetti ecologici, ovvero nei rapporti che l’azione antropica stabilisce con la biosfera.
3 Per «paesaggio» si intende il contesto fisico nell’accezione sensibile: insieme oggetto e soggetto attivo nei processi percettivi e di attribuzione di significato e di senso. Il paesaggio è in una certa misura anche una rappresentazione mediata dell’identità (sociale, di gruppo, individuale).
4 Come si vedrà nel corso della trattazione, la risposta della docenza è affermativa ma nel senso che è sua convinzione che valga la pena di misurarsi con il problema.
5 Per «sostenibilità» si intende la riproducibilità delle risorse e delle condizioni di vita. Si è ormai affermata l’articolazione della sostenibilità in due ‘filoni’: la «sostenibilità ambientale» e la «sostenibilità sociale».
